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8 Settembre 2026

Antichi cantanti di flamenco: le voci che hanno fatto la storia del cante jondo

Parlare dei vecchi cantaores di flamenco significa immergersi nella memoria profonda di quest’arte.

Molto prima dei grandi tour internazionali, dei dischi e dei festival affollati, il canto veniva tramandato ascoltando. Da una generazione all’altra. Nelle riunioni di famiglia, nelle “ventas”, nelle taverne e, più tardi, in quei “cafés cantantes” che contribuirono a professionalizzare il genere.

Alcuni di quegli artisti non hanno lasciato quasi nessuna registrazione. Dai più antichi, nemmeno quella. Tuttavia, i loro nomi continuano a risuonare.

La ragione? Non erano semplicemente grandi interpreti. Molti hanno fissato stili e modi di cantare che altri hanno imparato, trasformato e trasmesso in seguito.

Per capire il flamenco attuale, bisogna tornare a queste voci storiche.

Le origini del canto: da El Planeta a Silverio Franconetti

Prima che esistessero le registrazioni audio, il canto si tramandava oralmente nei quartieri, nelle taverne o nelle feste di famiglia.

I primi cantaores documentati appartengono a un’epoca in cui il flamenco non aveva ancora questo nome.

  • El Planeta: considerato uno dei primi cantaores conosciuti, ha coltivato forme primitive di cante jondo a Cadice e Siviglia. La sua figura è quasi leggendaria, un punto di partenza per la storia scritta del genere.

  • El Fillo: ha stabilito il canone fondamentale delle seguiriyas con la sua voce “afillá”, un timbro rauco e scuro che ha segnato l’estetica del canto più profondo. La Andonda, sua contemporanea, figura tra le voci imprescindibili delle origini.

  • Silverio Franconetti: pioniere della professionalizzazione del flamenco, ha fondato i cafés cantantes dove il canto ha smesso di essere riservato a incontri privati per diventare uno spettacolo pubblico. Grazie a lui, gli artisti hanno potuto iniziare a vivere della propria arte.

Antonio Chacón: il canto poteva essere anche raffinatezza

Se Silverio rappresenta una tappa fondamentale nella professionalizzazione, Don Antonio Chacón segna un altro momento decisivo.

Nato a Jerez de la Frontera, il suo enorme prestigio gli valse il titolo di “Don Antonio”, cosa del tutto insolita per un artista flamenco del suo tempo.

Chacón ha ampliato le possibilità musicali del cante. Aveva una voce molto diversa dall’immagine aspra spesso associata al cante jondo, dimostrando che la personalità flamenca non dipende da un solo tipo di timbro vocale.

Inoltre, appartiene a una generazione che ha potuto lasciare testimonianze sonore.

E questo ha cambiato tutto.

Con Chacón e i suoi contemporanei non dipendiamo più solo dalle cronache scritte: possiamo ascoltare, seppur attraverso incisioni storiche, un pezzo di quel flamenco.

Manuel Torre: una delle voci mitiche del cante jondo

Ci sono cantaores importanti e ci sono cantaores che diventano figure mitiche. Manuel Torre appartiene a questo secondo gruppo.

Manuel Soto Loreto è nato a Jerez nel 1878 e ha iniziato ad esibirsi nei cafés cantantes della sua città. Ha debuttato a Siviglia nel 1902 per poi conquistare Madrid.

Ha lasciato un patrimonio discografico contenuto ma di inestimabile valore.

Il suo nome è legato a Federico García Lorca, che lo ammirava profondamente e gli dedicò le sue Viñetas flamencas.

In Manuel Torre emerge un’idea che attraversa tutta la storia del flamenco: la tecnica conta, ma non spiega tutto.

Esiste un’altra dimensione legata alla personalità, alla tensione e alla capacità di trasformare un canto tradizionale in un evento unico.

Ciò che nel flamenco viene riassunto con una sola parola: duende.

La Niña de los Peines: una voce fondamentale per comprendere il flamenco

Una storia dei grandi cantanti storici sarebbe incompleta senza citare le grandi cantaoras.

E pochissime sono importanti quanto Pastora Pavón, La Niña de los Peines.

Nata a Siviglia nel 1890 in una famiglia d’artisti, ha iniziato la sua carriera da bambina. Ha calcato i palchi dei più importanti teatri e caffè dell’epoca, padroneggiando un’enorme varietà di stili.

La sua eredità offre un grande vantaggio a chi desidera scoprire il flamenco antico: una ricca discografia.

Ascoltare Pastora permette di capire come una tradizione si mantenga viva proprio perché ogni grande artista la fa propria.

Tomás Pavón: meno fama, un’influenza enorme

Nella stessa famiglia troviamo suo fratello Tomás Pavón.

La sua carriera pubblica è stata più riservata e le sue incisioni sono poche. Ma tra gli appassionati e gli artisti la sua considerazione è altissima.

La sua personalità è stata così marcata che alcune varianti sono identificate direttamente come “cantes de Tomás Pavón”.

È un chiaro esempio di come nel flamenco popolarità e influenza non sempre coincidano.

Manolo Caracol: tradizione, palcoscenico e personalità

Manolo Caracol portava il flamenco nel sangue di famiglia.

Il suo repertorio è stato vasto, sebbene fandangos e zambras siano rimasti legati alla sua figura. Si è anche concesso di sperimentare con accompagnamenti di pianoforte e orchestra.

Questo è importante perché sfata un mito diffuso: che i vecchi maestri si limitassero a ripetere una tradizione immutabile.

Non era così.

Il flamenco si è sempre evoluto. Lo faceva allora e continua a farlo oggi.

Antonio Mairena e il recupero dei canti antichi

Con Antonio Mairena giungiamo a una figura fondamentale sia per la sua voce sia per il suo lavoro di ricerca e recupero della tradizione.

Mairena ha raccolto stili, studiato le generazioni precedenti e dedicato la vita a salvare e diffondere le forme antiche del canto.

I suoi scritti e le sue incisioni restano riferimenti essenziali per comprendere il flamenco.

Dai maestri storici a Camarón

Non c’è un confine netto tra flamenco antico e moderno.

È una catena ininterrotta.

El Planeta, El Fillo e Silverio precedono Chacón. Poi troviamo Manuel Torre, Pastora e Tomás Pavón. Caracol e Mairena raccolgono quella memoria. Decenni dopo appare Camarón de la Isla, che conosce a fondo quella tradizione e la proietta verso il futuro.

Camarón è partito dall’ortodossia purissima e il suo incontro con Paco de Lucía è stato decisivo per creare un linguaggio musicale rivoluzionario.

All’inizio degli anni ’70 si è esibito anche al Tablao Flamenco Cordobés di Barcellona.

La sua storia spiega bene la natura del flamenco: per infrangere una regola bisogna prima conoscerla alla perfezione.

Ecco perché i cantaores attuali ascoltano ancora le registrazioni di settanta, novanta o più di cent’anni fa.

Anche Barcellona fa parte di questa storia del flamenco

Sebbene l’Andalusia sia la culla del flamenco, la sua storia professionale non si può spiegare guardando solo al sud.

Barcellona ha svolto un ruolo chiave fin dal XIX secolo. Alla fine di quel secolo contava decine di cafés cantantes, specialmente attorno alla Rambla e al Paral·lel.

Tablao Flamenco Cordobés: da oltre mezzo secolo il flamenco vivo a Barcellona

La tradizione dei vecchi caffè si è evoluta nel XX secolo nei tablaos: locali intimi pensati per il dialogo diretto tra canto, chitarra e ballo.

In questo contesto è nato il Tablao Flamenco Cordobés nel 1970, sulla Rambla di Barcellona.

Fondato da una famiglia d’artisti, da oltre cinquant’anni mantiene una programmazione che accoglie sia le leggende che i giovani talenti.

Sul suo palco sono passati nomi del calibro di Camarón de la Isla, Chocolate, Fernanda y Bernarda de Utrera, Farruco, Manuela Carrasco, Duquende, Remedios Amaya, Miguel Poveda, Mayte Martín o Montse Cortés.

Miguel Poveda si è formato professionalmente proprio al Tablao Cordobés, imparando a cantare per il ballo al fianco di maestri esperti prima di vincere la Lámpara Minera.

È la stessa logica di trasmissione che caratterizza la storia del flamenco: ascoltare, condividere, imparare e infine trovare la propria voce.

 

Per vivere dal vivo questa eredità, consulta i nostri orari degli spettacoli e prenota il tuo tavolo: il modo migliore per capire i maestri del passato è lasciarsi trasportare dalla voce di chi ne perpetua il patrimonio oggi.

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